La buona informazione. Con informazioni buone, complete e corrette

fountain-pen-442066_1920(di Cesare Giuzzi)
Cari colleghi,
Lunedì 25 gennaio abbiamo riunito all’Auditorium Gaber della Regione i massimi vertici delle forze dell’ordine e i funzionari degli uffici stampa di polizia, carabinieri, guardia di Finanza e Areu 118, per parlare di informazione e cronaca nera. Un argomento che, ovviamente, ci sta molto a cuore. Si tratta solo della prima tappa di un lavoro difficile, ma che ha avuto nel seminario di lunedì un punto di partenza molto importante. Soprattutto per la disponibilità a discutere di questo tema che abbiamo trovato nei nostri interlocutori istituzionali e in tutta la categoria. Ora dobbiamo continuare. Uno degli obiettivi del Gruppo cronisti lombardi è quello di arrivare alla definizione di una serie di punti condivisi con le forze dell’ordine in tema di comunicazione delle notizie. Noi siamo piccoli come “topolini” ma stavolta vogliamo essere noi a partorire “una montagna”. Non sarà facile, ma ci proveremo. L’obiettivo non è quello di arrivare alla stesura dell’ennesima carta dei doveri della categoria, compito che non è nostro ma di altre istituzioni del mondo dell’informazione. Ci piacerebbe però riuscire finalmente a mettere nero su bianco molte di quelle consuetudini o prassi che al momento contraddistinguono i rapporti tra l’informazione e il mondo delle istituzioni, forze dell’ordine per prime. Vogliamo, in pratica, preservare le buone pratiche che in questi anni si sono venute a creare grazie al lavoro di funzionari illuminati e volenterosi. Perché spesso accade, in questo mondo, che molto nel rapporto tra giornalisti e forze dell’ordine sia lasciato alla buona volontà dei singoli. Cosa che ha prodotto anche ottime e utili iniziative. Ma si sa, spesso i giornalisti restano in una città per tutta la durata della loro carriera mentre i comandanti e i questori passano in fretta per automatismi di carriera e meccanismi dell’amministrazione. Così abbiamo deciso di tentare di codificare quanto di buono c’è e funziona. E sperare di riuscire ad aggiustare quanto ancora non va. Non abbiamo bacchette magiche, ma siamo qui.

Per questo noi Cronisti lombardi, davanti alle istituzioni, abbiamo spiegato che a nostro modo di vedere la strada per la “buona informazione” deve passare necessariamente attraverso una sola strada. Quella delle informazioni buone, complete e corrette. Sembra scontato e certamente lo dovrebbe essere. Ma la realtà non è questa. Lo ha spiegato durante il seminario anche il collega e delegato del Gruppo cronisti Fabrizio Cassinelli. Spesso le notizie vengono comunicate con ritardi inaccettabili (omicidi segnalati dalle forze dell’ordine dopo oltre 4 ore dai fatti…), in maniera imprecisa (età “arrotondate”) o parziali (i nomi dei deceduti non vengono comunicati). Altre volte, le notizie vengono semplicemente taciute o addirittura negate anche dietro esplicita richiesta del cronista (che per fortuna ha anche altre fonti sulle quali contare). E perfino edulcorate (per non creare clamori o allarmi sociali) o vengono fornite con ricostruzioni palesemente omissive o frutto di consapevoli “abbellimenti” o storpiature. Per non dire bugie. Il nostro lavoro è quello di verificare sempre le notizie, e lo sappiamo. Ma spesso inciampiamo in errori che non dipendono dalla nostra volontà o capacità. E sia ben chiaro, visto che lo abbiamo detto esplicitamente durante il seminario, siamo ben consci delle implicazioni “investigative” di alcuni particolari, ma non crediamo che la strada di una “menzogna a fin di bene” sia quella corretta. Dai nostri interlocutori istituzionali abbiamo avuto attenzione, confronto (anche aspro, se necessario) e in alcuni casi spiegazioni che sottendono ad alcuni meccanismi (la necessità oggettiva di informare prima la catena di comando e solo dopo gli organi di stampa). Ma possiamo confidare in una massima collaborazione per “limare” il più possibile certi atteggiamenti che spesso non hanno niente a che fare con disposizioni dall’alto o necessità investigative. Tenuto conto che in provincia (noi cronisti lombardi non siamo solo a Milano) la situazione da questo punto di vista peggiora. E di molto. Milano è già un’eccellenza rispetto a molti altri luoghi d’Italia, ma vogliamo trasformare tutto questo in un laboratorio permanente di confronto e collaborazione.

E questa era la parte facile… Perché nello stesso tempo, mentre chiediamo alle istituzioni di migliorare le cose, dobbiamo intraprendere un percorso serio anche al nostro interno. Fare autocritica. Perché spesso dietro ai problemi della cronaca non c’è solo quello del rapporto con le fonti istituzionali. Ma il precariato. Ormai una grandissima fetta di cronisti che lavorano ogni giorno nella nostra regione occupandosi di cronaca nera sul campo, sono precari. Pagati una miseria (tutti noi conosciamo il problema) e in condizioni contrattuali che non li mettono nella situazione migliore per svolgere il loro lavoro. Sia da un punto di vista della sicurezza del posto di lavoro sia della sicurezza personale. A volte basta una telefonata del potente di turno o una querela per fermare un’inchiesta o un articolo su un fatto di cronaca nera o giudiziaria. E questo è il peccato originale, perché è impossibile parlare di libertà di stampa senza che il giornalista sia libero di svolgere il proprio compito e di avere la certezza che il suo compenso mensile non sia influenzato da quello che di buono o di cattivo scrive del “notabile” di turno. Questo è un problema che, ovviamente, non possiamo risolvere noi. Ma il Gruppo cronisti lombardi è un organo dell’Associazione lombarda dei giornalisti e quindi della Federazione nazionale della stampa e dell’Unione nazionale cronisti italiani, quindi del sindacato dei giornalisti. E questo non dobbiamo dimenticarlo. E’ necessario, allora, ricordarsi quanto la bontà del nostro lavoro sia condizionata (e condizionabile) dalle dinamiche occupazionali dell’intera categoria. Questo è il compito del sindacato e anche noi siamo sindacato. Il secondo punto riguarda invece un’autocritica più sottile. Spesso (e anche chi vi scrive è vittima di questa sindrome…) tendiamo all’autocensura. Non perché nascondiamo le notizie, ci mancherebbe. Ma perché a volte accettiamo (per necessità o anche per pigrizia) di raccontare storie e fatti senza avere fatto tutto il possibile per cercare di raccontare la verità. Accettiamo, insomma, che ci vengano fornite versioni parziali e lacunose, sottostiamo passivamente a versioni “inverosimili” senza cercare di verificarle con altre fonti, pretendiamo che le istituzioni ci forniscano informazioni che, invece, consumando la suola delle scarpe (come si diceva un tempo) avremmo dovuto cercare noi. Andando sul posto, magari. Anche se il precariato e la riduzione degli organici purtroppo spesso non ce lo permettono (ecco perché “peccato originale”). Altre volte ci dimentichiamo che le fonti non sono solo polizia o carabinieri. Altre ancora – ormai per abitudine – ci dimentichiamo della nostra arma più importante, quella di fare domande e pretendere risposte. Le istituzioni, tutte, sono obbligate a rispondere ai giornalisti. Ma noi dobbiamo ricordarci di fare domande, senza fermarci a quel che ci viene raccontato. Dobbiamo sforzarci di uscire dal sentiero battuto, dobbiamo pretendere che ci vengano fornite risposte e che ci venga consentito di fare buona informazione.

Il Gruppo cronisti lombardi è qui per questo. Anche per aiutare quei colleghi meno tutelati che, per forza, non sono nelle condizioni di poter alzare la voce. Non siamo supereroi, ma insieme abbiamo la giusta forza per farci sentire. Per questo vi invitiamo a segnalarci qualsiasi situazione o problema (mail) e vi chiediamo di iscrivervi al Gruppo cronisti (nella sezione chi siamo trovate tutti i riferimenti). Per essere sempre di più, per avere sempre più forza e autorevolezza.