IL LAVORO DEL CRONISTA COSTA CARO. NE FACCIAMO A MENO?

offices-1181385_1280Il paradosso più grande dell’informazione contemporanea, mentre le notizie corrono e si rincorrono in Rete, nei telefonini, attraverso qualsiasi nuovo mezzo di comunicazione, è che qualcuno sia convinto che il “mestiere dell’informazione” possa essere fatto semplicemente da dietro una scrivania. Che si possa fare a meno dei giornalisti, in primis, e che siccome la rapidità è tutto (?) quel che conta sia arrivare per primi. O quantomeno, pubblicare tempestivamente una notizia già diffusa da altri.

Non entriamo nel merito di cosa significhi fare buona informazione (argomento che ci sta molto a cuore), né di quale sia il contributo di simili testate giornalistiche, televisive e web. Discutiamo piuttosto del problema di fondo: la crisi dell’editoria dura da anni, ormai anche i sassi sanno che non è questo il settore nel quale si possono fare soldi facili, a parte i grandi gruppi editoriali e le corporazioni che si nascondo tra i soci di queste holding della comunicazione. Gli editori che si sono arricchiti grazie a nuove testate si contano sulle dita di una mano. Ad essere di manica larga. Ma allora perché prosperano imprenditori che in maniera più o meno spregiudicata si buttano nell’editoria, sia essa cartacea, web o radiotelevisiva? Semplice: lo fanno creando testate che aprono e chiudono come porte girevoli, investendo poco o pochissimo e spesso per nulla sulla qualità del loro lavoro. Perché per fare un prodotto editoriale di qualità minima servono risorse economiche, ma soprattutto serve forza lavoro. Negli anni questa forza lavoro è stata decimata, licenziata, esodata o sottopagata. Oggi semplicemente si crede che per aprire una testata possano bastare pochi, pochissimi giornalisti  impegnati perlopiù in attività di desk e coordinamento redazionale. Perché i “pezzi” si comprano nel grande mercato nero, al minor prezzo e senza badare alla qualità.

Fare cronaca ha dei costi. Un cronista che lavora su un fatto di cronaca è una risorsa fuori dalla redazione, che sia inviato in un Paese estero o semplicemente a pochi chilometri dalla redazione. Al rientro, molto spesso, il collega dovrà occuparsi solo ed esclusivamente di quel fatto per tutta la giornata e non contribuirà al lavoro “redazionale” di insaccatura delle notizie, di post produzione di contenuti forniti da altri. Una situazione poco conveniente, quindi. Sappiamo tutti che in molti casi già oggi e in tutte le testate (piccole o più grandi) al cronista che ha trascorso magari 6 o 7 ore occupandosi di un omicidio o di una inchiesta sul campo, viene richiesta anche una quota di lavoro extra perché altrimenti il giornale, la tv, il sito web o la radio, avrebbero difficoltà a garantire il normale flusso di produzione. Questo anche a scapito della qualità del suo servizio come cronista. Che, lo ricordiamo, oltre alle tutele contrattuali e di legge, necessita anche di molto, moltissimo tempo. Purtroppo la logica conseguenza di questa situazione si traduce in un taglio scellerato dei servizi fuori redazione, quelli da cronista (la famosa suola delle scarpe) e il sempre maggior ricorso al lavoro di scrivania: due telefonate al volo se non l’insaccatura selvaggia di comunicati e agenzie. E le verifiche?

La qualità di tutto questo è sotto i nostri occhi quotidianamente. E spesso provoca i famosi “epic fail” che vediamo sui social network quando si prende a pretesto il marchiano errore in un articolo (cosa che può succedere) per sbeffeggiare un’intera categoria, la nostra. La qualità dell’informazione, quindi, non può che passare attraverso il lavoro di verifica dei cronisti, del loro resoconto sul campo, del mestiere insomma, come tutti (o quasi) lo intendiamo. Sono ovvietà, ma lo ribadiamo ancora, questo è un lavoro che richiede attenzione, scrupolo, coscienza (sì, anche coscienza), indipendenza, qualità e, soprattutto, persone. Chi vuole fare informazione senza le persone (i posti di lavoro) non farà mai un’opera autorevole, di qualità e soprattutto al servizio dei lettori. Altrimenti ci sono le favole (e le bufale). E quelle le vediamo pubblicate ogni giorno, tutte uguali. Siamo certi che questa sia la strada giusta? (c. giu.)