Cronaca nera e sicurezza, il convegno del Gruppo Cronisti. Trasparenza, correttezza e (speriamo) dignità

seminario-2Ancora una volta cronisti e rappresentanti delle istituzioni delle forze dell’ordine si sono incontrati per dialogare. Con un confronto sulle problematiche di una relazione non semplice e delicatissima soprattutto in vista dell’obbiettivo principe di entrambi: il cittadino. E ancora una volta a porre l’attenzione su questo rapporto è stato l’Unci della Lombardia, che ha organizzato, al Circolo della stampa di Milano la seconda edizione di un convegno che si appresta a diventare un importante appuntamento annuale.

Lunedì 28 novembre, nella sala Montanelli-Lanfranchi, c’erano tutti, ma proprio tutti i vertici della Sicurezza per l’incontro “La comunicazione nei fatti di cronaca: linee guida delle istituzioni, diritto e dovere di informare”. Preceduti dal saluto di Aurelio Biassoni, consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, e capitanati dal prefetto di Milano, Alessandro Marangoni, che ha ricordato come “di momenti di emergenza sicurezza ve ne siano sempre stati a Milano, basti pensare agli Anni di piombo quando alla mattina si faceva la conta dei morti del terrorismo”. Prefetto che, già quando era questore di Milano, aveva dimostrato grande attenzione al rapporto con i media, dando impulso alla “trasparenza” che, come ha ricordato l’attuale questore, Antonio De Iesu “caratterizza l’operato di via Fatebenefratelli, a differenza di un tempo lontano quando magari qualche notizia veniva tenuta bassa o nascosta”.

Hanno preso poi la parola oltre al questore, il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello seminarioCanio Giuseppe La Gala, il comandante provinciale della guardia di Finanza, il generale Paolo Kalenda, e il comandante della polizia locale, Antonio Barbato, coordinati dall’inviato News Mediaset Enrico Fedocci.  Dopo di loro è stata la volta del nostro presidente, Cesare Giuzzi, che ha sferzato i presenti con un discorso molti diretto sulla situazione lavorativa dei cronisti, sul loro attaccamento alla ricerca della verità e al dovere, e su come purtroppo a tutto ciò non corrisponda eguale dignità professionale ed economica.

Tra le forze dell’ordine il colonnello La Gala ha ricordato, con un accorato intervento, la “centralità dell’informazione nel rapporto con le forze dell’ordine, lasciando come monito finale l’auspicio che l’informazione si occupi anche di aiutare i più deboli e sostenere progetti positivi”. Il generale Kalenda ha mostrato una sintesi delle attività di comunicazione della Gdf a livello nazionale, che da tempo si dimostra attenta e strutturata. Antonio Barbato, recentemente riconfermato alla guida di Palazzo Beccaria, ha sottolineato il ruolo sempre maggiore della polizia locale nel comparto Sicurezza ricordando la questione politica che inevitabilmente si intreccia con la comunicazione dell’operato dei ‘vigili’ trattandosi, appunto, di una “realtà locale e quindi soggetta alle tensioni politiche locali”. Nella seconda parte del convegno, con l’aiuto dell’avvocato penalista Carlo Melzi d’Eril, esperto di diritto dell’Informazione, abbiamo concentrato l’attenzione su una serie di casi e questioni concrete. Il legale ha fatto una serie di precisazioni sul dovere del cronista in rapporto alle leggi che normano il diritto di cronaca in ambito giudiziario e per quanto concerne la Privacy dei soggetti coinvolti, suscitando grande attenzione nei presenti, oltre un centinaio di colleghi delle più diverse redazioni.

seminario-3Proprio a loro è stato rivolto un questionario, elaborato dal Tavolo istituzioni-cronaca, creato appositamente dal Gruppo cronisti per realizzare un approfondito monitoraggio del rapporto tra gli enti della Sicurezza e del Soccorso e i giornalisti che trattano questo settore. Un questionario semplice, ma importante come primo contatto sullo scenario in cui si trovano ad operare. Di fronte a loro sono state tratteggiate alcune delle prime importanti criticità che sono emerse dalle audizioni dei cronisti delle “sale stampa”, e dagli incontri istituzionali realizzati dai componenti del Tavolo, che termineranno, a breve, con un confronto in Prefettura. Un panorama spesso difficile, con luci e ombre, di cui vi daremo comunicazione non appena il quadro di questa ricerca sul campo di lungo periodo e dagli orizzonti vasti avrà fornito un quadro più completo ed esaustivo.

Fabrizio Cassinelli
Direttivo Unci della Lombardia

 

In allegato il discorso di Cesare Giuzzi, presidente del Gruppo cronisti lombardi

Buongiorno a tutti, grazie per essere qui.

L’anno scorso, a gennaio, ci siamo ritrovati al Pirellone per discutere di cronaca nera, cronisti e rapporto con le istituzioni. E’ stato un momento importante di confronto, anche se ovviamente non esaustivo. Come Gruppo cronisti lombardi abbiamo una visione, passatemi il termine, talebana dell’informazione. Viviamo nell’epoca dell’informazione globalizzata, le notizie non circolano più solo attraverso giornali, radio e televisioni. Oggi l’informazione arriva sul telefonino, le notizie ci inseguono senza che neppure ci sia il bisogno di cercarle. Arrivano, attraverso un messaggino o una condivisione sui social network. Questa “invasione” di informazioni però rischia di far dimenticare un aspetto fondamentale, l’origine delle notizie. Sono certo di non sbagliare se dico che il novantacinque per cento delle notizie che circolano sul web sono semplicemente frutto di un copia e incolla. Che non hanno niente a che fare con il ruolo e il lavoro dei cronisti. Queste, perdonatemi, ma io le considero solo bisbigli, non notizie. E spesso, molto spesso, sono mistificazioni della realtà se non addirittura bufale. Sono inquinamento informativo, sono scorie tossiche delle quali dobbiamo liberarci il prima possibile. Dobbiamo farlo perché è il nostro lavoro, dobbiamo farlo per dovere di verità. Dobbiamo farlo insieme, perché un’informazione corretta, puntuale e autorevole è un bene anche per le nostre istituzioni, per le forze dell’ordine. Quante volte, penso solo al tema dei profughi, abbiamo visto polpette avvelenate disseminate ad arte diventate poi notizie? Quanto tempo abbiamo impiegato per smontare ricostruzioni folli, allarmistiche o vergognosamente false.

Come Gruppo cronisti questa è la nostra priorità. E lo deve essere anche per le forze dell’ordine. Come? Diffondendo le informazioni corrette e affidandosi ai professionisti dell’informazione. Che per quanto mi riguarda sono i cronisti che stanno sulla strada, quelli che entrano nelle questure, nei commissariati, nelle caserme, nelle stazioni dei carabinieri ogni mattina. I cronisti locali sono una risorsa, non un problema. Mi rendo conti che a volte i rapporti possano essere difficili, tesi, anche burrascosi. Ma questi, i cronisti sul territorio, sono una risorsa fondamentale anche per chi svolge il vostro lavoro. Per il maresciallo della stazione o per l’agente sulla volante. Sono loro, attraverso le informazioni raccolte e attraverso i loro occhi, che diventano una garanzia antibufala. Un bollino di qualità contro chi, da dietro a una tastiera, piega le notizie, e quindi la realtà, a proprio vantaggio, di chi adatta la verità alla propria tesi. L’unico antidoto a questo sistema è una medicina vecchissima, che affonda le proprie radici nella storia dell’informazione nel nostro Paese. E’ la capacità di cercare, partendo dal basso, la verità. Che badate bene, non si può trovare in altro modo se non andando sul posto, parlando con i testimoni, rompendo le scatole al maresciallo di turno. Questo a volte significa andare anche contro i propri capi, e molti di voi lo sanno, perché nell’epoca dello strano ma vero, la verità rischia di sporcare una bella notizia. E quando una notizia è troppo bella per essere vera, spesso non lo è. Anzi non lo è mai. Questo vale per i giornalisti e anche per le forze dell’ordine. Perché, e questo è un appello che vi facciamo, la tentazione di “rendere più appetibile”, di darle appeal a una notizia per garantire maggiore risalto al lavoro delle forze dell’ordine,  ci può essere. Ma non bisogna cedere. Perché le notizie non sono belle né brutte. Sono notizie.

Da ultimo, una cosa che mi sta molto a cuore. Abbiamo detto di quanto, oggi più che mai, il lavoro dei cronisti sia fondamentale e debba essere incentivato. Ma deve essere anche tutelato. Non possono esistere collaboratori o corrispondenti dal nostro territorio, e vi parlo della ricca Lombardia dove “risiedono” tre quarti delle aziende editoriali d’Italia, che siano pagati otto, cinque o tre euro ad articolo. E non parlo di copia incolla, ma di cronisti che ogni giorno entrano nelle caserme, nei commissariati, nelle questure, nei municipi. Che spesso lo fanno in territori difficili, profondamente interessati dalla presenza della criminalità organizzata, rischiando di tasca propria davanti alle querele e rischiando i vetri dell’auto quando si scrive qualcosa di sgradito. Non è accettabile che gli artigiani delle notizie, coloro che con il loro impegno e la loro professionalità ogni giorno informano e lo fanno con grande attenzione, siano umiliati psicologicamente e anche economicamente con articoli pagati 8, 5, 3 euro o  addirittura gratis. Che tradotto fa meno di 500 euro al mese. Senza giorni di riposo, senza vacanze. Che siano costretti a scrivere senza compenso articoli per i siti internet delle testate per le quali lavorano, gli stessi articoli che poi vengono copiati e incollati in migliaia di siti. Che siano costretti, prima o poi, a cedere a questa situazione. A mollare il proprio lavoro. A cedere il passo a chi copia e incolla. Questa non è libertà di informazione, questo non è un lavoro libero, queste sono braccia sfruttate negli opifici del terzo mondo, questo non è giornalismo. Questo è un crimine. E io aspetto ancora che prima o poi qualcuno, magari qualche magistrato, si accorga di quello che succede…